Il 12 Giugno è stata votata una sentenza storica: i tempi sono cambiati anche nel cattolicissimo Ecuador dove oggi possono sposarsi (anche) persone dello stesso sesso.

La Corte Costituzionale si è espressa, con 5 voti a favore e 4 contrari, a riconoscere il diritto al matrimonio per tutte le coppie omosessuali.

Il Paese ha festeggiato tutta la notte nelle piazze di Guayaquil e Quito con grande trepidazione e felicità.
Le bandiere arcobaleno hanno avuto la meglio su anni di discriminazioni e predominanza della parte conservatrice dell’Ecuador.

“La decisione riconosce la lotta storica per l’uguaglianza in cui ogni cittadino ha gli stessi diritti, con lo stesso nome. Significa che l’Ecuador è ora un paese più egualitario, che riconosce che i diritti umani devono essere per tutte le persone senza discriminazioni”

queste le parole dell’avvocatessa (e attivista) Christian Paula, da anni al fianco delle coppie gay che cercano di sposarsi legalmente.

La decisione dei giudici sancisce il primo passo della riforma, dichiarando incostituzionale il diritto al matrimonio come unione fra uomo e donna.

I paesi sudamericani arcobaleno

L’Ecuador entra così a far parte dei paesi sudamericani a favore del matrimonio ugualitario.

Entra come ottavo nella cronologia storica del cambiamento, dopo:

  1. Argentina – legge del 2003
  2. Brasile – unioni civili 2004 – matrimonio ugualitario 2013
  3. Colombia – matrimonio arcobaleno legalizzato 2007
  4. Uruguay – matrimonio arcobaleno legalizzato 2009
  5. Guyana Francese – matrimonio arcobaleno legalizzato 2013
  6. Cile – unioni civili 2015
  7. Isole Falkand – unioni civili 2017

I diritti LGBT negli altri paesi sudamericani

Ci sono ancora degli assenti al richiamo della parità dei diritti.
Il Guyana, ad esempio, è ancora un paese che nel 2019 punisce l’omosessualità maschile con la reclusione forzata e, nei casi peggiori, con l’ergastolo.
In Perù e nel Paraguay sono ancora tollerati, ovvero non puniti, gli atti di omofobia.
A metà strada nel percorso verso il riconoscimento dell’uguaglianza troviamo il Venezuela, la Bolivia e il Suriname.
Tutti e tre i paesi non hanno (ancora) riconosciuto i matrimoni gay, ma hanno concesso l’approvazione di leggi contro la discriminazione di genere.

La chiusura dell’Episcopato

Decisione rispettata, ma non condivisa dalla Conferenza episcopale ecuadoriana (Cee).
Mons. Eugenio Arellano si è espresso sostenendo:

“Rispettiamo la decisione della Corte, però faremo tutto quello che possiamo per favorire la famiglia e il matrimonio così come la Chiesa lo intende”.

La critica è rivolta alla legittimità del voto: per i vescovi si sarebbe dovuti passare tramite referendum o voto qualificato dell’Assemblea nazionale per una legge che riforma la costituzione.

A giochi fatti la Conferenza ribadisce che la Chiesa è impegnata a rispettare i diritti di tutti, ma dall’altra continuerà ad “insegnare ai bambini e ai giovani che il matrimonio, secondo la fede cristiana, è l’unione indissolubile tra un uomo e una donna e che, come frutto di tale amore, nascono i loro figli per il bene della società e per il Regno di Dio”.

Ora spetta agli altri paesi sudamericani l’ardua sentenza.